.

ClaudiaCastaldini Energia e Ambiente
Per capire come arrestare il consumo di suolo
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2012

Legambiente organizza a Bologna la Scuola di Urbanistica e Difesa del Territorio, destinata ad amministratori comunali, studenti e semplici cittadini.
Scopo della Scuola è insegnare a comprendere i Piani comunali e partecipare così alle scelte riguardanti il futuro della città.
Uno dei temi centrali dell'attività politica e di governo del territorio è l'uso che si fa del suolo, ad oggi esposto ad un consumo elevatissimo per edificare o per costruire strade, mentre il partimonio di verde o attività essenziali come l'agricoltura vengono progressivamente emarginate. La presenza di aree verdi in città contribuisce ad abbassare le temperature nei mesi più caldi, riducendo il consumo di energia destinata alla climatizzazione degli ambienti, mentre l'agricoltura nella aree limitrofe o, dove possibile, in città, consente di promuovere la vendita di prodotti a "Km zero", più freschi e fonte di guadagno diretto per i coltivatori.
Il problema del consumo di suolo persiste da anni e non riguarda soltanto le grandi città, ma anche i piccoli paesi,  ed in particolare tutta l'area della Pianura Padana, dove non si può non notare una dispersione urbanistica impressionante, fatta di capannoni, outlet, fabbriche, impianti, villette, e strade per raggiungerli. Questo aspetto della gestione del territorio riguarda da vicino anche le proposte e, successivamente, le attività, dei candidati alla carica di Sindaco ai prossimi ballottaggi.
Obiettivo del corso di Legambiente è rendere i cittadini sempre più consapevoli e partecipi della tutela del territorio.
Le lezioni della Scuola saranno tenute da tecnici ed esperti di primo piano, in un percorso che va dal ragionamento sul suolo come bene comune da gestire con la massima partecipazione della comunità, passando per la spiegazione di cosa siano gli strumenti urbanistici e come si leggano, cercando di orientare i partecipanti tra le numerose sigle (PSC, PRG, RUE, PTCP), e dando strumenti per poter intervenire durante le scelte di pianificazione.
La Scuola si concluderà con un dibattito aperto con l’Assessore all’Urbanistica del Comune di Bologna Patrizia Gabellini, sulle previsioni del piano attuale e sulle strategie dell’amministrazione per il futuro.
Il corso si terrà presso la sede di Legambiente a Porta Galliera a Bologna. 

Per informazioni ed iscrizioni:
http://www.legambiente.emiliaromagna.it/2012/04/30/legambiente-organizza-un-corso-per-difendere-il-territorio/
 

Il PD non si liquefa, si solidifica (ma deve saper guardare al futuro)
post pubblicato in diario, il 8 maggio 2012

Ciò che è accaduto alle elezioni di ieri (6/7 maggio) può essere riassunto nel modo seguente:  il PdL si riduce al lumicino mentre la Lega farebbe lo stesso se non ci fosse Verona e il Terzo Polo quasi non esiste, il PD tiene e vince, ma non raccoglie tutti i consensi che la grave caduta del centrodestra potrebbe far pensare, il Movimento 5 stelle di Grillo emerge con grande evidenza.  Senza entrare nel dettaglio, è possibile esaminare il dato restando sul piano generale, assumendo che il risultato di un'elezione amministrativa e parziale indichi una tendenza.
Innanzitutto, la destra ha fallito sotto ogni profilo e questo sembra ben chiaro ormai a chiunque:  le promesse sono andate perdute, le politiche hanno addirittura causato un serissimo problema alla tenuta dei conti dell'Italia, tanto che è stato necessario l'intervento di un governo di tecnici per evitare il peggio. L'immagine del suo leader (che mai è stato "carismatico" in vita sua) è appannata, e il suo successore è già grigio di suo.  I gadget leghisti nell'immaginario collettivo affiancano ormai all'ampolla con l'acqua del Po, diamanti, lingotti e presunte lauree albanesi.
Questa situazione è estremamente favorevole ai progressisti, all'area centro-sinistra, per cui la vera domanda da porsi è perchè non sfondi. Il Partito Democratico viene confermato dal peso che gli hanno dato gli elettori come affidabile, vedremo ai ballottaggi se anche vincente fino in fondo, ma sicuramente il grande partito che non si "liquefa", per usare le parole di Beppe Grillo, e che rappresenta una valida proposta politica per il futuro. Le posizioni chiare tenute in questi mesi di sostegno al governo dei tecnici, come il punto fermo sull'articolo 18, sono state a mio avviso comprese.
Nonostante questo, il PD non raccoglie ciò che dovrebbe raccogliere dallo stato di estrema difficoltà della controparte di destra. Forse, l'ascesa dell'astensione e del Movimento 5 stelle può indicare alcune delle ragioni. Non è dato sapere da dove provengano astensioni e sostenitori di Grillo, ma tra le fondamenta del rifiuto degli uni e della politica degli altri - perchè di questo si tratta, e non di "antipolitica", denominazione assurda per un movimento che si propone di governare il territorio - c'è un'abbondante dose di sfiducia nelle formazioni politiche che hanno operato finora.
Non sono gli errori, come comunemente si dice, a generare sfiducia negli elettori, ma i mancati interventi.
La carenza nella capacità e nella tempistica decisionale, che deve intervenire prima che salga la protesta popolare o che vengano pubblicati libri di successo (p.es. i costi della politica), e la carenza nell'interpretare nuove esigenze, come i numerosi temi riferibili alla questione ambientale, o il legame con il proprio territorio (che non è nuovo, ma è in questi tempi che viene alterato). Si tratta di temi molto sentiti dalla popolazione, che si tratti di inquinamento locale o di consumo di suolo o di santuramento della propria città, del proprio borgo, della propria campagna, che negli anni non hanno ricevuto mai risposta. Il fortissimo legame esistente in Italia con il proprio campanile è stato interpretato dalla Lega, con i risultati che vediamo.  Mentre alle istanze ambientali non ha mai risposto nessuno, con senso di realtà e concretezza, se non in misura minima.
Questi temi sono già negli interessi e nelle aspettative dell'elettorato del PD, che si aspetta che vengano affrontati e, per quanto possible, risolti. Se il futuro dell'economia, dell'energia, dell'industria risiede in buona sostanza nell'innovazione a basso impatto ambientale, il futuro della nostra vita individuale e sociale risiede nelle opportunità offerte da città, paesi e campagne vivibili e non snaturate da outlet, svincoli stradali e assenza di verde. Gli amministratori PD che, spero, vinceranno anche i ballottaggi dovranno tenerne conto.
 

La città di Bologna del futuro
post pubblicato in diario, il 4 maggio 2012

Bologna nel futuro, e in tutti i suoi ambiti, ambientale, produttivo, culturale, sanitario:  queste saranno le prospettive e i contenuti di un processo ampio, collettivo che ha preso il via in città, denominato Piano Strategico Metropolitano. "Il nostro progetto è di rilanciare Bologna come realtà d’eccellenza internazionale nel lavoro e nel manifatturiero come nella cultura e nella creatività, nella qualità della vita come nel welfare" recita l'incipit, accanto alla prospettiva del 2021 come primo passo decennale verso la città di Bologna e il suo territorio metropolitano nel futuro. Nel PSM "trovano esplicitazione le differenti rappresentazioni dei problemi e delle priorità; si confrontano e trovano mediazione interessi e bisogni anche antagonisti; si mettono a punto gli obiettivi e le strategie necessarie; si definiscono i progetti possibili, le risorse potenzialmente utilizzabili e soprattutto si raccolgono le assunzioni di responsabilità dei diversi partner, pubblici e privati."
Le città ed il loro territorio acquisiranno sempre più un ruolo centrale nella società sia per le prospettive che offrono agli abitanti, sia per la posizione che avranno nel quadro nazionale.
I lavori si articolano in quattro Tavoli a cui partecipa la società cittadina nelle sue varie organizzazioni ed espressioni:  Tavolo innovazione e sviluppo, ambiente assetti urbani e mobilità, conoscenza educazione e cultura, benessere e coesione sociale. Evidentemente, si tratta di percorsi fondamentali nella formazione di una strategia di lungo termine.
Periodicamente, si riunirà il Forum Metropolitano presieduto da Romano Prodi, dopo il primo incontro del 29 marzo scorso.

Per informazioni specifiche si può consultare il sito:
http://psm.bologna.it/ 

Futuro energetico incerto fra trivelle, incentivi e approssimazione
post pubblicato in diario, il 28 aprile 2012

Le parole del Ministro Passera a proposito delle scelte in materia di energia che il governo attuale intende fare sono inequivocabili:  un sostegno alla ricerca di idrocarburi nel nostro Paese che, a suo dire, sarebbe foriero di sviluppo e posti di lavoro. La contrapposizione con le idee precedentemente espresse sulle rinnovabili, descritte come un costo in bolletta (elettrica), è parsa subito evidente ed è stata criticata aspramente da organizzazioni ambientaliste e di settore.  Secondo Passera, “se si aumentasse la produzione nazionale (di idrocarburi), adeguando la normativa italiana a quella europea, si potrebbe avere una riduzione della nostra dipendenza dall'estero, un aumento di 25.000 occupati con un aumento del Pil dello 0,5%", e ipotizza che "potrebbe consentire di attivare 15 miliardi di euro di investimenti, con 25mila posti di lavoro stabili e addizionali”.
Per chiarire, va detto subito che gli idrocarburi come gas e derivati del petrolio servono prevalentemente per i trasporti e per il riscaldamento, mentre le rinnovabili a cui si fa riferimento quando si esamina la struttura della bolletta sono quelle in grado di produrre elettricità. Quest'ultima è ottenuta ancora per la maggior parte con gas e petrolio, ma le rinnovabili sono in rapida crescita e coprono ormai una quota rilevante - secondo il GSE il 24% del CIL.
Le rinnovabili termiche e l'efficienza energetica, che sarebbero in grado di modificare in parte consistente la nostra necessità di combustibili da destinare al riscaldamento, restano indietro e per qualche ragione in posizione da sempre sottovalutata nel dibattito.
Detto questo, non si vede ancora una strada coerente che il governo intenda percorrere per affrontare la questione energetica: sembra piuttosto che i tentativi di coniugare modernità e mantenimento dello status quo si intersechino casualmente, offrendo apertura eccessiva a coloro che stanno tentando di ostacolare una vera transizione verso un nuovo sistema energetico. Il sostegno che troppo spesso la stampa fornisce è un terreno di coltura formidabile, nel momento in cui si saldano le preoccupazioni espresse ormai da anni per l'impatto sul territorio degli impianti a fonti rinnovabili alla quota in bolletta elettrica destinata agli incentivi, addirittura presentata nei telegiornali come la causa dell'aumento di questi giorni (vedi il post precedente).  Inoltre, una maggiore apertura alle trivelle non può non far pensare agli interessi di potenti compagnie per gli idrocarburi non convenzionali, ottenuti con tecniche altamente invasive per l'ambiente a partire dalle rocce del sottosuolo (scisto bituminoso).
Da qui la preoccupazione, a mio avviso corretta, che emerge dal mondo ambientalista e da coloro che hanno investito nel settore:  che in realtà si ritardi o si cerchi di arrestare lo sviluppo delle rinnovabili in un'ottica che non ha nulla a che fare con la sicurezza del sistema elettrico italiano, o più in generale del sistema energetico, ma che semplicemente difende interessi consolidati e particolari, e che tutto ciò sia parte di una cultura di governo dell'energia.
Questo è l'esatto contrario di ciò che dovrebbe fare la politica (energetica), e cioè delineare una strategia di lungo termine in cui il percorso verso un sistema energetico più pulito, sicuro e meno costoso sia guidato progressivamente, e non proceda a balzi in un verso o nell'altro a distanza di sei mesi, ed in cui i principali attori siano pienamente coinvolti. 
Per fare questo, bisogna intervenire con una programmazione nazionale coerente e di lungo periodo, con una revisione del Piano d'Azione Nazionale per le rinnovabili, che è nato con cifre assolutamente discutibili ed ora è già largamente obsoleto, con un Piano dei trasporti (altrimenti è inutile parlare di idrocarburi o meno), esaminando la situazione di una fonte strategica e che lo sarà sempre più in futuro come il gas, di cui peraltro non manca di sicuro la capacità ricettiva, anche se andrebbe diversificata. 
Ho i miei dubbi che il presente governo sia in grado di fare questo, come molte altre cose che si fanno attendere, forse perchè non sono nelle corde del gruppo dei "tecnici". In primis, la crescita economica, che non si fa soltanto facendo quadrare i conti, ma con iniziative specifiche. Queste ultime, a mio avviso, per le scelte che comportano possono costituire pienamente soltanto l'attività di un governo politico, nel senso che sia frutto di una scelta degli elettori.

La notizia con le parole del Ministro Passera può essere letta al seguente indirizzo della Reuters:
http://borsaitaliana.it.reuters.com/article/businessNews/idITMIE83P04A20120426
 

La bolletta elettrica è trasparente, la strategia no
post pubblicato in diario, il 22 aprile 2012

Dopo l'accusa di non fornire dati chiari sulla composizione della bolletta elettrica fatta dal Ministro Clini, l'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas ha pubblicato sul suo sito (all'indirizzo in calce) la "bolletta trasparente" del mercato tutelato, prima dell'aggiornamento della componente A3, e con stime relative al dopo l'aggiornamento di aprile. L'Autorità ha ottenuto l'aumento della tariffa del 5,8%, dovuto all'aumento del prezzo dei combustibili, all'euro, e agli oneri in aumento delle rinnovabili.  La componenete A3 riguarda il finanziamento diretto dell'energia elettrica da fonti rinnovabili ed assimilate.
Com'è noto, la discussione in corso verte sul costo delle rinnovabili, spesso citato come elevato e irragionevole, senza ulteriori approfondimenti.
La prima cosa che si nota con evidenza nel leggere la bolletta dell'AEEG è che l'"utente domestico tipo" a cui si fa rinferimento consuma ben 2.700 kWh all'anno, un valore alto se si considerano i moderni sistemi di efficienza energetica domestica, che non sono ancora diffusi, ma che consentirebbero di risparmiare molta energia, ed anche denaro.
Per quanto riguarda la composizione della bolletta, le stime (che dovranno essere confermate, come sottolinea l'Autorità) delle 4 voci di cui è composta sono le seguenti:
- i servizi di vendita, per il 57% della spesa complessiva
- i servizi di rete, per il 13,4%
- gli oneri di sistema, per il 16,3%
- le imposte, per il 13,3%
La componente A3 fa parte degli oneri di sistema (per il 15%) insieme a molto altro, come i regimi tariffari speciale delle Ferrovie dello Stato o gli oneri per la messa in sicurezza del nucleare, ma ne costituisce la parte maggiore con il 92,6%, di cui 86,8% vanno alle rinnovabili vere e proprie, e i restanti alle cosiddette "assimilate" (un'invenzione italiana che finanzia di tutto, fossili e inceneritori). 
Dunque, per fotovoltaico e certificati verdi spendiamo circa il 13% del totale in bolletta. Sorprende il fatto che non entrino nel dibattito le ragioni per cui lo facciamo, e se questo è l'unico effetto delle rinnovabili sul sistema elettrico italiano.
Premesso che il sistema di incentivazione può essere adeguato progressivamente, va ricordato che la ragione principale per cui si incentivano le fonti rinnovabili consiste nel sostenere tecnologie nuove e a basso impatto ambientale che altrimenti non avrebbero mercato, a fronte di tecnologie consolidate come quelle per le fonti fossili. Sul piano economico, gli incentivi sono un mezzo per includere nel sistema dei prezzi i cosiddetti "costi esterni", ossia costi dovuti alle conseguenze ambientali e sanitarie del ricorso a fonti energetiche inquinanti, e che finora ha pagato la collettività attraverso la fiscalità generale. Passare ad un sistema elettrico più pulito significa abbattere questi costi (che paghiamo tutti, anche se non in bolletta).
Gli incentivi, inoltre, non sono l'unico effetto della diffusione delle rinnovabili elettriche: il loro ingresso nel mercato consente, per esempio, una riduzione del costo del kilowattora dovuta ad un effetto di spostamento dell'offerta in favore delle tecnologie con costo marginale più basso (in pratica il costo del carburante che per le rinnovabili è pari a zero). Questo fenomeno, noto come "merit-order effect", si verifica soprattutto nei momenti di picco della domanda, e sta già portando a notevoli risparmi, grazie a sole e vento. Si dice che il fotovoltaico sia privilegiato, ma è proprio la fonte che copre la maggior parte delle ore di picco della domanda.
Non è possible che il dibattito verta soltanto su un aspetto, il costo di generazione dell'energia dalle varie fonti, e non consideri tutte le conseguenze, anche economiche sul mercato liberalizzato - che non si fermano nemmeno a quanto detto sin qui.
La bolletta non risente soltanto degli oneri che a vario titolo gravano su di essa, ma di una strategia complessiva che ancora manca. E' l'insieme delle scelte energetiche che va a formare un sistema, di cui la bolletta è una parte. Su questo ancora c'è molto da fare.

La "bolletta trasparente" può essere scaricata dal sito dell'Autorità:
http://www.autorita.energia.it/allegati/consumatori/bolletta_trasparente.pdf
 

2012: momento storico
post pubblicato in diario, il 19 aprile 2012

Se ci fosse ancora bisogno di prendere atto del problema, ecco che arriva un'affermazione di conoscenza e di intenti che può essere utile:  la "Dichiarazione sullo Stato del Pianeta", redatta in conclusione della conferenza internazionale "Planet under Pressure" organizzata dall'International Council for Science e tenutasi a Londra dal 26 al 29 marzo scorso, alla quale hanno partecipato oltre 3.000 esperti dei vari settori coinvolti e decisori politici, e che è stata seguita in tutto il mondo via web.
La Dichiarazione inizia con 5 punti-base che stabiliscono i fatti in linea generale, e prosegue con una serie di altri punti suddivisi per tema e in grado di definire un percorso risolutivo. Le parole usate sono molto chiare.  Ai punti 1 e 4, per esempio, si legge: "1 - La ricerca dimostra ora che il funzionamento continuo del sistema-Terra per come ha sostenuto il benessere della civiltà umana nei secoli recenti è a rischio. In assenza di intervento urgente, potremmo dover far fronte a minacce alle risorse idriche, alimentari, della biodiversità e altre: tali minacce rischiano di intensificare le crisi economiche, ecologiche e sociali, creando potenzialmente un'emergenza umanitaria su scala globale. 4 - Mentre i consumi accelerano ovunque e la popolazione aumenta, non è più sufficiente lavorare in vista di un ideale distante di sviluppo sostenibile. La sostenibilità globale deve diventare una delle fondamenta della società. Essa può e deve essere parte delle basi delle nazioni e della costruzione delle società."
Il percorso verso una soluzione possibile è articolato in una serie di elementi formanti le nuove conoscenze scientifiche in materia, nell'espressione delle qualità di interconnessione e interdipendenza del problema sociale e ambientale globale, nel rilievo dell'opportunità di cogliere il momento della Conferenza di Rio+20 dell'ONU per rafforzare gli impegni, e infine nel riconoscere il momento presente (il 2012) come cruciale nella storia dello sviluppo umano in quanto cruciale per le scelte che caratterizzeranno il futuro.
Tutti i dati scientifici mostrano che il parametro temporale è fondamentale, dato che potremmo anche individuare o essere spesso sulla strada giusta, ma con troppo ritardo rispetto agli effetti sui sistemi naturali. L'inerzia di strutture economiche e sociali consolidate è molto forte, ma è anche evidente il grande ritardo della politica, che prima faticava a far proprie queste tematiche e ora fatica a tradurle nell'attività quotidiana e nel governo della società. Evidentemente, non basta crederci o proporre affermazioni di principio (che rischiano oltretutto di diventare soltanto una moda), occorre passare all'atto pratico in ogni ambito (e sono molti) della questione.
La Dichiarazione termina proprio con un'affermazione di carattere temporale: "La società sta assumendo dei rischi sostanziali ritardando azioni urgenti e su larga scala. Dobbiamo mostrare leadership a tutti i livelli. Dobbiamo tutti fare la nostra parte (...) Sollecitiamo il mondo ad afferrare questo momento e a fare la storia."

La Dichiarazione completa si può scaricare all'indirizzo:
http://www.planetunderpressure2012.net/pdf/state_of_planet_declaration.pdf

PS:  in relazione al post precedente, si segnalano le scuse pubbliche del Re di Spagna Juan Carlos, che promette che non caccerà mai più gli elefanti. Apprezziamo, ma sembra il minimo che potesse fare.
 

Il potere e gli elefanti
post pubblicato in diario, il 15 aprile 2012

Apprendiamo dai giornali di oggi che il Re di Spagna Juan Carlos si è fratturato un'anca cadendo mentre si trovava in Africa.  Che cosa faceva in Africa?   Partecipava ad un safari, di quelli veri, a caccia nientemeno che di elefanti.
In uno degli ultimi Paesi del continente più sfruttato al mondo che permettono la caccia agli elefanti dietro lauto pagamento per la concessione, il Botswana, un Capo di Stato europeo andava a cacciare gli ultimi esemplari di questa straordinaria specie considerata a serio pericolo di estinzione, minacciata com'è dai bracconieri, dalle guerre, dalla perdita dell'habitat.  In una visione del mondo e del rapporto con l'ambiente largamente fuori tempo massimo, una caduta porta accidentalmente alla conoscenza di tutti e all'attualità una pratica di sapore ottocentesco e colonialista, risucchia nel presente un atteggiamento che era sconveniente anche quando rientrava nella pratica normale, e mostra che negli atteggiamenti di alcuni il rapporto con la Natura e con gli altri popoli non ha subito cambiamenti, come se un secolo intero fosse trascorso sopra le loro teste.
Sul piano puramente animalista, ogni pratica di uccisione è da condannare, e in particolare un elefante per la sua intelligenza e sensibilità colpisce nell'animo, più che con la canna di un fucile, mentre sul piano ambientale, l'uccisione di un elefante comporta un'accelerazione del processo a forte  rischio d'estinzione della specie che ha molte cause, tutte di difficile gestione. E la difficoltà di gestire l'inestimabile patrimonio naturalistico dell'Africa è testimoniata dai vari progetti di salvaguardia, dai grandi Parchi sempre in difficoltà a fronte dei bracconieri, e dagli eventi di cui grandi aree del continente sono vittime, come le guerre e le condizioni permanenti di carestia che portano gli abitanti a fare ricorso alle proprie risorse naturali, quasi sempre destinate al mondo ricco.
In questo contesto, la pratica che abbiamo appreso oggi essere propria di Re Juan Carlos assume i contorni di una pratica di potere, di affermazione della propria possibilità di fare ciò che gli altri non possono fare, e sicuramente a maggioranza non vorrebbero fare, nonostante tutto.  Nonostante gli sforzi di organizzazioni ambientaliste, di governi, di volontari, di cittadini per realizzare progetti volti a salvare specie in pericolo e vietare cacce e safari, c'è chi può (e vuole) pagare per farlo, pagare naturalmente in un Paese povero, dando un contributo, speriamo comunque piccolo, all'eventuale fallimento dei progetti stessi.   Ci sono villaggi poverissimi nella giungla dell'India o del Bangla Desh dove viene insegnato agli abitanti come evitare la tigre senza ucciderla (e là davvero rischiano la vita), ci sono volontari europei, americani, o di altri Paesi che vanno nei luoghi degli ultimi ambienti semi-selvaggi per lavorare a progetti di protezione dell'ambiente e delle specie in pericolo, o per evitare la distruzione delle ultime aree di foresta primaria per far posto a piantagioni adatte ai consumi del mondo occidentale, si impegnano denari per intervenire direttamente e sul campo. Questa non è morale (che comunque uno a una certa età dovrebbe essersi già costruita), ma sono fatti concreti.
Non sono pochi e non tutti hanno la corona in testa coloro che continuano a ritenere di trovarsi al di fuori del contesto, e fintanto che ci sarà un buco sulla Terra in cui mettere i rifiuti e far finta che vi sparisca l'inquinamento, o le proprie inutili e crudeli cacce, continueranno a comportarsi nello stesso modo, e nel tentativo di evitare pareri giudicanti cercheranno di chiudere gli occhi anche a tutti gli altri, magari fino a quando il tonfo di un'accidentale caduta non li farà riaprire.
 

Le detrazioni del 55% funzionano (ma possono essere indirizzate meglio)
post pubblicato in diario, il 10 aprile 2012

Gli interventi che si avvalgono delle detrazioni fiscali del 55% per l'efficienza energetica si sono molto diffusi sul territorio nazionale, pur con notevoli differenze fra diverse regioni, ed hanno consentito di risparmiare 2.000 GWh di energia primaria in un solo anno, e di evitare l'emissione di 430.000 tonnellate di anidride carbonica in atmosfera.   E' quanto emerge dal Rapporto "Le detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio esistente", pubblicato da Enea, nel suo ruolo di Agenzia nazionale per l’efficienza energetica, presentato lo scorso 28 marzo al Ministero dello Sviluppo Economico, e riferito all'anno 2010.
L'intervento più diffuso è la sostituzione degli infissi, con il oltre la metà delle 405.600 richieste di detrazione ricevute da Enea, seguito dalla sostituzione dell'impianto di riscaldamento con caldaie a condensazione e pompe di calore che ne costituisce il 31%, dall'installazione di pannelli solari per l'acqua calda sanitaria con il 12%, mentre soltanto il 2% riguarda la coibentazione delle strutture opache. Il risparmio energetico che si ottiene, peraltro, è maggiore nell'ultimo caso, seguito dagli impianti geotermici, dalle caldaie a biomasse e a condensazione, e dalle pompe di calore, mentre la sostituzione degli infissi consente in realtà risparmi assai più ridotti.
I valori cumulati sono decisamente interessanti:  se al 2010 il risparmio energetico ha superato i 6.000 GWh, Enea prevede che al 2012 , cioè al termine di quest'anno, verranno superati i 9.000 GWh, evitando l'emissione in atmosfera di oltre 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Il maggior contributo proviene dalle sostituzioni degli impianti di riscaldamento, anche se numericamente meno richiesti rispetto alla sostituzione degli infissi. Tutto ciò porta come conseguenza a ridurre la necessità di fonti primarie fossili (come metano o gasolio per il riscaldamento e l'acqua calda).
Le regioni da cui proviene il maggior numero delle richieste sono la Lombardia con quasi il 22%, il Piemonte con il 14%, il Veneto con il 13%, l'Emilia-Romagna con il 12% delle pratiche inviate ad Enea, regioni che ottengono anche i valori maggiori di risparmio energetico. Escludendo queste regioni, le altre contribuiscono in misura marginale, ponendo in evidenza una disomogeneità territoriale notevole, anche se non pregiudizievole del successo complessivo delle detrazioni.  Enea esprime anche le criticità del sistema nella necessaria semplificazione delle procedure, nello scostamento tra il costo medio e le informazioni sui costi unitari che provengono dagli operatori, e nell'assenza di controlli e sanzioni sulle documentazioni redatte.  Queste carenze portano a preferire, come si è detto, interventi meno performanti sul piano dell'efficienza energetica rispetto ad altri che lo sono sicuramente di più. Nel quadro del miglioramento dell'efficienza energetica e di un risparmio di fonti primarie è opportuno orientare gli interventi verso quelli più significativi, anche se una coibentazione è sicuramente meno facile da effettuare rispetto ad una semplice sostituzione degli infissi. Il successo dell'esperienza può però indicare quali strade seguire nel prossimo futuro per aumentarne l'efficacia.

Il Rapporto è scaricabile all'indirizzo:
www.efficienzaenergetica.enea.it/pubblicazioni/
 

Sempre più disoccupati, se non ci decidiamo a cambiare
post pubblicato in diario, il 2 aprile 2012

La disoccupazione cresce ancora, e a febbraio l’indice è del 9,3%, il più alto da gennaio 2004 su base mensile, o dal IV trimestre del 2000, su base trimestrale. Il tasso di disoccupazione giovanile, nella fascia d’età da 15 a 24 anni, è ora addirittura del 31,9%. A febbraio dello scorso anno il tasso di disoccupazione giovanile era del 29,8%.

I dati diffusi oggi dall’Istat (il comunicato stampa si trova all’indirizzo in calce) sono sconfortanti.

Lo stato dell’occupazione continua a peggiorare per una serie di cause, fra cui sicuramente la crisi, ma il dibattito in corso sembra vertere su alcuni aspetti specifici non determinanti per la crescita (come l’art. 18), o su cause fuorvianti (come la diatriba sugli incentivi alle rinnovabili in bolletta, dimentica degli oneri che a vario titolo e percorso sostengono le fonti fossili, sempre in bolletta). La crisi economica oramai è in corso da anni, ma non è stata colta appieno – sicuramente dal precedente governo che ci ha portato in una situazione molto difficile - la necessità di modificare importanti caratteristiche del sistema per favorire un’evoluzione positiva e migliorare la situazione. In Italia non si fa ricerca, non si fa innovazione, manca da anni una politica industriale, se andiamo avanti così perderemo persino le competenze.

La crisi economica è strettamente legata alla crisi ambientale e climatica del modello di sviluppo invasivo, impattante, e fondato sulle diseguaglianze che il mondo ha seguito: l’impegno di ricerca, di innovazione, di studio per prodotti e processi a basso impatto, per strutture ecosostenibili, per formare i giovani e creare occupazione specializzata può aprire nuove strade in cui, tra l’altro, le vocazioni italiane non mancano. La china però è evidente, e oramai entra anche nel linguaggio e nelle espressioni comuni, quando sono moltissimi i giovani studenti delle scuole superiori che domandano quale sia l’utilità delle materie scientifiche o matematiche, o si rivela basso il consumo di riviste scientifiche, molto più basso che in altri Paesi paragonabili per altri aspetti al nostro, o quando praticamente non esiste alcun programma televisivo di divulgazione tecnico-scientifica, se non a livello elementare.

Se continuiamo a stare fermi saremo presto superati dai Paesi emergenti anche sul fronte della qualità, l’ultima frontiera che ci è rimasta, e a quel punto sarà difficile correggere la rotta.

Paesi dove la matematica viene insegnata (e imparata) in aule che spesso da noi non sarebbero nemmeno idonee ad un garage, ma nelle quali si formano studenti preparati e orgogliosi della propria preparazione. E che presto faranno ciò che noi insistiamo a non voler fare.

 

Il comunicato stampa Istat si trova all'indirizzo seguente:

http://www.istat.it/it/archivio/comunicato-stampa

 

Febbraio caldo (nevicata a parte)
post pubblicato in diario, il 27 marzo 2012

Ancora una volta, sembra freddo... ma la temperatura globale terrestre continua la sua ascesa e i dati lo confermano. La grande nevicata di febbraio, infatti, non è indice di un inverno freddo, ma di un inverno freddo "da noi", mentre su scala globale fa parte anch'essa del riscaldamento che caratterizza ormai da anni il nostro sistema climatico.
Secondo le misure del NOAA (National Oceanic Atmospheric Administration, degli USA), il mese di febbraio 2012 è stato il ventiduesimo febbraio più caldo da quando hanno avuto inizio le registrazioni strumentali, nel 1880, il trecentoventiquattresimo mese consecutivo con una temperatura globale al di sopra della media del XX secolo, e l'estensione dei ghiacci artici è stata la quinta minore registrata, inferiore alla media del 6,9 %. 
La temperatura media globale delle superfici continentali e oceaniche è stata di 12,47 °C, superiore di 0,37 °C rispetto alla media del secolo 1900.   Dunque, non basta certo vedere una nevicata per stabilire che il riscaldamento globale e i cambiamenti del sistema climatico non esistono: si tratta di risultanze scientifiche ormai certe. I dubbi restano su alcuni aspetti delle modifiche del clima che, essendo un sistema complesso, non risulta facilmente descrivibile con pochi parametri.
La figura all'indirizzo in basso (che non sono riuscita a caricare) mostra le anomalie delle temperature di febbraio rispetto al periodo 1971-2000:  si può notare il freddo che abbiamo vissuto in Europa e che ha colpito anche le zone medio orientali, ampiamente compensato dal caldo del Nord America, della Russia e dell'Artico. Questa tendenza caratterizza da tempo, in estate e in inverno (vedi il post del 23 luglio 2011), le zone artiche e del nord della Russia, destando grande preoccupazione. Sembra infatti che il riscaldamento globale colpisca particolarmente queste zone, con gravi conseguenze sull'ecosistema, e con cause non ancora chiare.
Dati come questi si susseguono da anni, mostrando con chiarezza a tutti che è necessario e urgente intervenire per mitigare le conseguenze dei cambiamenti climatici e ridurre gli impatti sull'ambiente delle attività umane, a partire dai consumi energetici. Il percorso degli accordi internazionali fino a Durban 2011, le scelte in materia di energia dell'Unione Europea e dell'Italia forniscono un quadro della situazione entro cui muoverci nei prossimi anni.  Il tema sarà oggetto di approfondimento venerdì prossimo, 30 marzo, presso il Partito Democratico di Bologna, alle ore 17.45 (vedi Agenda).

Le anomalie della temperatura dello scorso febbraio si trovano nella seguente immagine del NOAA:

http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/service/global/map-blended-mntp/201202.gif

Per uscire dalla crisi occorre altro
post pubblicato in diario, il 21 marzo 2012

La riforma del mercato del lavoro del governo contiene luci ed ombre, in cui è facile distinguere l'ombra evidente e non necessaria della modifica dell'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, puro intervento ideologico in ordine ai rapporti di potere nei luoghi di lavoro. 
Se è ormai superato il dibattito fra sostenitori e detrattori quasi sempre privo di indagine nel merito della norma a cui si assiste in questi giorni, può invece significare qualcosa cercare di giustificare la frase sopra scritta, analizzandone le ragioni.
Nel collegamento in calce si può innanzitutto leggere lo Statuto dei Lavoratori, con tutti gli articoli di cui è composto incluso il 18.  In sintesi:  il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace o annulla il licenziamento senza giusta causa (ai sensi della Legge 604/1966), ordina al datore di lavoro di reintegrare il dipendente, e condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno per il periodo intercorrente tra il licenziamento e la reintegrazione, mentre al lavoratore è concessa la facoltà di scegliere fra un'effettiva reintegrazione o un'indennità forfettaria. Perciò, l'Art. 18 disciplina le conseguenze di un licenziamento illegittimo.   In questo contesto, interviene la modifica del governo (se il testo corrisponderà a quanto si apprende oggi):  se alla base di un  licenziamento illegittimo vi sono motivi economici il lavoratore potrà soltanto ricevere un indennizzo quantificabile in 15-17 mensilità, se alla base di un licenziamento illegittimo vi sono ragioni disciplinari, il giudice potrà decidere fra il reintegro del lavoratore o un'indennità. Non cambia nulla per i licenziamenti discriminatori, già estesi a tutti, anche alle aziende con meno di quindici dipendenti, dalla Legge 108/1990.   Ma se le motivazioni economiche non ci sono - ragione per cui il provvedimento dell'azienda è stabilito essere "illegittimo" - non si vede per quale motivo il lavoratore non dovrebbe essere reintegrato, e invece soltanto ricompensato in denaro. Lo stesso per le ragioni disciplinari, qualora si opti per l'indennizzo. Questa sequenza di operazioni è priva di logica.
E' inoltre del tutto evidente che un eventuale licenziamento discriminatorio non sarà mai definito come tale da chi intende porlo in atto, mentre è molto probabile che in tale caso si portino ragioni economiche o disciplinari. Di conseguenza, la modifica dell'Articolo 18 che viene proposta apre semplicemente la porta ai licenziamenti su base discrezionale, ed è facile immaginarne la portata delle conseguenze.
Non credo di sbagliare molto se ipotizzo fra le ragioni della scelta del governo una modifica dei rapporti di lavoro in senso liberista, nel quadro di una visione dell'economia e della società in cui l'aumento delle diseguaglianze sostiene la crescita.   Si tratta di un punto centrale su cui occorre essere molto chiari.  Il modello fortemente liberista a livello europeo e mondiale è la causa della crisi, la causa delle diseguaglianze sociali, e la causa principale degli ingenti danni ambientali globali (vedi anche post del 7/2).
Si parla spesso degli altri Paesi: vogliamo il "modello tedesco"?  Bene, allora prendiamolo tutto, compresi la partecipazione dei dipendenti alla gestione dell'azienda, il legame con la comunità territoriale, il forte senso dello Stato e del sociale che caratterizza i cittadini tutti.
Per queste ragioni (e senza alcun riferimento ad organizzazioni o parti sociali o altri luoghi di opinione) la modifica dell'Art. 18 che viene proposta è, a mio avviso, sbagliata, e non legata alla necessaria e auspicata crescita economica.

Lo Statuto dei Lavoratori può essere scaricato al seguente indirizzo:
http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728
 

Forte calo dei consumi di prodotti petroliferi
post pubblicato in diario, il 16 marzo 2012

Continua il calo complessivo dei consumi di petrolio, ma questa volta con cifre notevoli in un lasso di tempo breve, e con una marcata diminuzione del consumo di carburanti per i veicoli a motore.
Secondo un comunicato diffuso dall'Unione Petrolifera, tra il mese di febbraio 2012 e lo stesso mese dell'anno precedente si registra una diminuzione dei consumi di petrolio di 609.000 tonnellate, pari al 10,7%, il calo più intenso dall'aprile 2009, mentre i primi due mesi del 2012 mostrano una riduzione del consumo di 943.000 t, pari a 8,3% in meno rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Esaminando ciascun tipo di prodotto petrolifero, si nota che il consumo di benzina ha subito un calo del 20,3% nel febbraio 2012 rispetto al febbraio 2011, il gasolio autotrazione del 15,0%, mentre prendendo in esami i due mesi di gennaio e febbraio insieme, il calo è stato rispettivamente del 10,0% e del 9,4%. Lo stesso comunicato fa notare che le immatricolazioni di autovetture nuove sono diminuite molto: del 18,9% in febbraio, o del 17,8% nei due primi mesi dell'anno.
Anche considerando il periodo della grande nevicata, e il giorno in più del mese bisestile, si tratta di valori che sono in grado di dipingere una situazione più generale, con la crisi economica, le minori disponiblità finanziarie, l'alto prezzo della benzina alla pompa. La tabella contenuta nel comunicato mostra quasi ovunque segni negativi, eccetto poche voci, tra cui il gasolio per riscaldamento, ATZ, BTZ, GPL.
Dal punto di vista economico, lo stretto legame tra consumi di fonti primarie di energia e sviluppo pone questi dati sotto una luce negativa, dal punto di vista ambientale, l'inquinamento che i prodotti petroliferi procurano pone gli stessi dati sotto una luce positiva.  Questo è precisamente il nodo che dobbiamo riuscire a sciogliere, come mai è stato fatto prima d'ora.  Riuscire a ridurre i consumi più inquinanti in fase di crescita economica sarebbe l'espressione della miglior condizione economico-ambientale possibile oggi, e la si può perseguire innanzitutto con la ricerca, con l'innovazione, e con l'efficienza nella produzione e negli usi finali di energia.    In particolare, i trasporti sono causa di esteso inquinamento e, per via della necessità primaria che coprono, costituiscono un problema di difficile soluzione. Non c'è altra strada che sostenere ricerca e sviluppo per veicoli a basso impatto ambientale che veda un impegno industriale in tale direzione, favorire il trasporto pubblico e collettivo, effettuato su rotaia invece che su gomma, diffondendo linee e mezzi, e scoraggiando il trasporto privato e i mezzi più inquinanti.

Il comunicato è tratto da:
http://www.unionepetrolifera.it/it/news/222

Quasi 10 Mtep risparmiati con i certificati bianchi
post pubblicato in diario, il 11 marzo 2012

Il contributo dei certificati bianchi nel promuovere il risparmio energetico e di conseguenza nel raggungere gli obiettivi al 2020 sembra decisamente positivo. In sei anni, dal 2005 al 2011, il sistema dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE) ha infatti generato un risparmio superiore a 9,6 Mtep, ovvero superiore a 9 milioni e seicentomila tonnellate equivalenti di petrolio, secondo quanto riporta il "VI Rapporto Annuale sul meccanismo dei titoli di efficienza energetica" dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas.
Dal Rapporto emerge che sono in aumento i soggetti coinvolti, sono in crescita i titoli scambiati, e la media mensile del numero di tep risparmiati è anch'essa in crescita. Nei primi cinque mesi del 2011 è stato raggiunti il valore massimo di 330.000 tep al mese. Non mancano comunque elementi di criticità che l'Autorità descrive nel Rapporto.
Dato che l'Italia è la prima nazione ad effettuare un esperienza di questo tipo, è importante verificarne i risultati. La Commissione Europea, oltre a vari Stati, si è interessata al meccanismo, indicandolo esplicitamente come uno dei mezzi possibili per raggiungere gli obiettivi di risparmio comunitari, e valutando la possibilità di dare vita ad un mercato europeo dei certificati bianchi. Frattanto, è passata qualche giorno fa in Commissione Energia una proposta per la definizione di obiettivi vincolanti nazionali in materia di efficienza energetica. Per l'Italia il testo approvato a Bruxelles prevede il risparmio di 49 Mtep, ma ora i negoziati si spostano in Consiglio e poi al parlamento UE, quindi vedremo.
I TEE, comunemente indicati come "certificati bianchi", nascono nel genaio 2005 allo scopo di diffondere e incrementare l'efficienza energetica negli usi finali, e sono emessi dal GME, dietro autorizzazione dell'Autorità per l'Energia, in favore di distrubutori o di Esco che siano in grado di cerficare una riduzione dei consumi energetici conseguita su progetto. Si tratta di un meccanismo di mercato, le cui regole sono definite dal GME, in base al quale i soggetti interessati possono acquistare titoli da altri, o venderli se hanno superato l'obiettivo annuo di risparmio energetico, oppure semplicemente fare profitti con il risparmio se si tratta di Esco. Un certificato corrisponde a una tonnellata equivalente di petrolio evitata per ogni anno di durata dell'intervento, che può riguardare risparmio di energia elettrica, gas naturale, e altri combustibili.

La notizia è tratta da:  http://www.autorita.energia.it/it/com_stampa/12/120309.htm

Rinnovabili non trascurabili
post pubblicato in diario, il 9 marzo 2012

Molto interessanti le prime stime effettuate sul 2011 riguardanti gli impianti a fonti rinnovabili in Italia, in una nota diffusa il 6 marzo scorso dal GSE.
Le rinnovabili stanno progressivamente modificando il sistema energetico italiano, ed ora hanno raggiunto cifre ragguardevoli. Riguardo la potenza efficiente lorda installata, il solare ora è in seconda posizione dopo la fonte idroelettrica, e assai più diffuso di eolico e bioenergie. Le cifre:  fonte idraulica quasi 18 GW, solare 12,8 GW, eolica 6,9 GW, biomasse 3 GW, geotermica 0,8 GW.
Ma data la diversa produzione di energia che caratterizza le varie fonti, molto interessanti risultano i dati della produzione lorda. In cifre:  idro 46.350 GWh, solare 10.730 GWh, eolica 10.140 GWh, biomasse 11.320 GWh, e geotermica 5.650 GWh.  Da esse si nota che la produzione di energia solare ha superato la produzione di energia dal vento, fornendo un contributo che non può più essere definito trascurabile, come spesso veniva qualificato qualche tempo fa. Da segnalare, inoltre, l'incremento rispetto al 2010, quando la produzione solare ammontava soltanto a 1.906 GWh:  la cifra è stata moltiplicata di oltre 5 volte e mezzo, in un solo anno.
Anche le bioenergie forniscono ora una quota interessante di produzione energetica, seppure sarebbe necessario distinguere i vari tipi di biomasse, solide, gas, o biocarburanti (su questi ultimi grava più di un'obiezione ben fondata). In totale, le fonti rinnovabili hanno fornito  84.190 GWh nel 2011. Ora la percentuale delle fonti energetiche rinnovabili sul consumo interno lordo è del 24%.
La notizia si trova sul sito GSE:
www.gse.it
 

Rinnovabili alle Regioni /2
post pubblicato in diario, il 2 marzo 2012

Secondo quanto si apprende, l'intesa sullo schema di burden sharing su cui si è raggiunta l'intesa nella Conferenza Stato-Regioni della quota italiana di rinnovabili fra le Regioni e le Province autonome prevede cifre molto diverse fra una Regione e l'altra, con gli estremi della Valle d'Aosta che supera il 52, e l'Emilia-Romagna che invece deve raggiungere soltanto l'8,9 al 2020.  I valori di partenza sono anch'essi molto diversi per cui alcune regioni devono impegnarsi per una forte crescita delle rinnovabili e altre molto meno, mentre sempre l'Emilia-Romagna ha un Piano Energetico che porta a superare abbondantemente la quota affidatale - con l'assunzione dell'obiettivo del 17-20% da fonti rinnovabili sul consumo finale in modo autonomo anche se il burden sharing fosse inferiore. Evidentemente le incoerenze persistono, nonostante il provvedimento sia importante ed atteso da tempo.
Un altro elemento di critica emerge dal contesto in cui si applicherà il provvedimento, e cioè il Piano d'Azione Nazionale per le rinnovabili dell'11 giugno 2010.  Quest'ultimo era già nato con incongruenze e cifre dubbie in molti punti (vedi post del  21 ottobre 2010), ma ora è già superato dai fatti. (Come accada che i provvedimenti di legge vengano superati così in fretta, è argomento di altra analisi...).     Per esempio, gli  8 GW di fotovoltaico previsti dal PAN al 2020 sono già ampiamente superati dai 12,9 GW già installati, come ci ricorda il "contatore fotovoltaico" del sito del GSE, ed ha ragione Assosolare a richiedere una strategia energetica nazionale che definisca e aggiorni il contesto in cui si va ad operare (e che come ricordiamo sempre in questa sede manca ormai da troppo tempo, mentre le incongruenze in tema di energia invece abbondano).
Restiamo dunque in attesa di una strategia globale per il nostro Paese, oltre che della firma del decreto e di altri elementi che definiscano l'insieme degli interventi in favore delle rinnovabili, come una cornice di regole che consentano l'utilizzo del biometano nella rete di distribuzione del gas, e un raffinamento e adeguamento degli incentivi alle rinnovabili con decreti che attendiamo da mesi.
 

Ora spetta davvero alle Regioni
post pubblicato in diario, il 29 febbraio 2012

La Conferenza Stato-Regioni ha stabilito la definizione dello schema di Decreto, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministero dell'Ambiente, sul burden sharing delle fonti rinnovabili nella riunione del 22 febbraio scorso. Il Decreto contiene anche le modalità di intervento in caso di inadempienza e dell'eventuale mancato raggiungimento di obiettivi che sono legalmente vincolanti, e sarà tra breve pubblicato in Gazzetta. Le Regioni dovranno effetture, entro la fine di giugno (cioè entro una scadenza vicinissima, se verrà confermata), una revisione dei propri Piani energetici che verifichi la rispondenza del percorso in atto al raggiungimento degli obiettivi previsti. 
Il burden sharing consiste nella ripartizione tra le Regioni italiane e le Province autonome della quota di energia da fonti rinnovabili, elettriche e termiche, che spetta all'Italia al 2020. Purtroppo, come accade spesso nel nostro Paese, le regole e gli obiettivi da raggiungere arrivano dopo, o durante, la diffusione di tecnologie già ampiamente utilizzate e mature, e spesso dopo molto tempo, addirittura vari anni. Le Linee-Guida per le rinnovabili, ed ora la ripartizione fra i territori del loro contributo, si sono fatte attendere anni, durante i quali naturalmente il mercato andava avanti e molte amministrazioni restavano indietro, creando spesso sviluppi o arretramenti incoerenti e inadeguati ad una strategia energetica complessiva. Una prospettiva scomposta che è all'origine anche di situazioni di conflittualità sui territori o di preoccupazioni diffuse circa la regolazione di un settore relativamente recente nel nostro Paese.
In materia, si attende ora il nuovo Decreto sugli incentivi alle rinnovabili.
 
La notizia viene data, tra le altre, dall'Agi:
http://www.agi.it/research-e-sviluppo/notizie/201202241618-eco-rt10216-energia_conferenza_stato_regioni_via_libera_al_burden_sharing
 

Elettricità solare invece di amianto
post pubblicato in diario, il 23 febbraio 2012

Fotovoltaico al posto dell'amianto:  l'iniziativa che sta procedendo con successo in Emilia-Romagna ha una veste simbolica non secondaria. Energia pulita invece di materiali altamente pericolosi, capaci di causare danni enormi alla salute e alla vita di migliaia di persone, come recentemente ci ha ricordato la sentenza Eternit.
Al bando della Regione rivolto alle imprese hanno risposto in 286, di cui 214 domande sono state accolte. Il bando finanzia la rimozione e lo smaltimento delle coperture di amianto e l'installazione di pannelli fotovoltaici, ma prevede anche la possibilità di coibentare gli edifici. I fondi stanziati ammontano a tredici milioni di euro per le imprese che rimuovono l’amianto (quasi 3 milioni di euro), per la coibentazione (3 milioni 500mila euro) e per l’installazione di pannelli fotovoltaici (6 milioni 500mila euro). L’intervento permetterà di liberare dall’amianto quasi 209.000 metri quadrati di tetti e coperture, e di installare oltre 23.000 kW di pannelli solari fotovoltaici.
23.000 kW, ovvero 23 MW di elettricità solare non sono pochi, se visti nel quadro di una diffusione complessiva di impianti a fonti rinnovabili che nel totale può ridurre notevolmente il ricorso alle fonti energetiche fossili, e portare al rispetto degli obiettivi comunitari in materia di energia.
L'amianto, o asbesto, è il nome comune di un insieme di minerali del gruppo dei silicati che presentano grande resistenza al calore. La struttura fibrosa che li caratterizza consente di utilizzarli in una varietà di modi, per la realizzazione di tessuti e indumenti, di guaine e coperture, ed effettivamente per decenni materiali in amianto, o in cemento-amianto, sono stati messi un po' ovunque.  L'amianto è stato utilizzato come isolante termico negli impianti elettrici, nelle caldaie, nelle macchine industriali, nelle coperture di capannoni, nelle canne fumarie, nei  vecchi elettrodomestici, nelle coibentazioni delle tubature, nelle vecchie stufe, caldaie, termosifoni.  A causa della sua pericolosità per la salute, l'impiego dell'amianto è vietato in Italia dal 1992, con la Legge 257, che regola anche le conseguenze sui lavoratori esposti.  Un blocco d'amianto in buono stato non comporta rischi; i problemi nascono con le fibre sottilissime, 1300 volte più sottili di un capello, che possono essere inalate. Le polveri contenenti fibre d'amianto possono causare tumori della pleura e tumori polmonari, con un grado di rischio molto alto.

Maggiori informazioni sul programma della Regione Emilia-Romagna si trovano al seguente indirizzo:
http://www.regione.emilia-romagna.it/notizie/primo-piano/amianto-e-fotovoltaico-13-milioni-alle-piccole-e-medie-imprese
 

Auto elettriche e industria italiana
post pubblicato in diario, il 17 febbraio 2012

''Stiamo cercando di creare in Italia una bandiera di filiera di auto elettrica, dalla batteria ai sistemi elettronici fino alla produzione del mezzo. Abbiamo firmato un accordo con il ministro cinese della Scienza e Tecnologia, perche' la Cina ha un programma di un milione di auto elettriche circolanti entro il 2015. Purtroppo non riesco a mettere a disposizione l'impresa italiana che produce automobili. Cerchero' di capire in che modo possiamo portare in quel paese le imprese italiane che lavorano nella filiera pur non essendo capaci di avere una grande fabbrica automobilistica che lavora e investe sull'auto elettrica. L'Italia avrebbe molto da dire e da fare, ma manca un gruppo come Renault e Bmw che investa facendo diventare l'auto elettrica uno dei prodotti che fanno competizione''.
Con queste chiarissime parole il Ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha presentato ieri a Milano l'accordo firmato con il governo cinese per lo sviluppo dell'auto elettrica. Tutte le case automobilistiche mondiali sono impegnate in programmi di produzioni ecologiche, in cui non manca l'auto elettrica, ma non la Fiat.  Nonostante ciò, sarebbe importante riuscire a creare una filiera italiana, per lavorare in un settore rilevante dell'innovazione, ancora con ampie necessità legate a ricerca e sviluppo.
L'automobile elettrica non emette inquinanti direttamente, per cui una sua maggiore diffusione in città darebbe un contributo notevole alla riduzione dell'inquinamento locale. Ma evidentemente le emissioni di un'automobile elettrica dipendono dal modo in cui viene prodotta l'energia elettrica che utilizza: se la Cina continua con l'uso del carbone, le sue auto elettriche saranno pulite durante il viaggio, ma saranno fonte di inquinamento ambientale nei luoghi delle centrali termoelettriche. Ma con l'insieme di fonti che producono attualmente energia elettrica in Italia, è stato calcolato che l'auto elettrica emette la terza parte di quanto emettono le normali vetture a benzina, e meno della metà di un'ibrida o di una vettura a metano: intorno a 60 grammi per kilometro di CO2, che con il continuo aumento delle rinnovabili sono destinati a diminuire. Inoltre, i consumi energetici sono circa la metà delle auto convenzionali, e una penetrazione consistente delle auto elettriche sul mercato comporterebbe una minore necessità di importare petrolio, con conseguente risparmio economico.
Se uno dei problemi principali delle vetture elettriche riguarda la scarsa autonomia, non mancano esempi di ricerca avanzata con prospettive interessanti: la IBM sta lavorando ad una nuova generazione di accumulatori elettrici, Battery 500, che utilizzano il litio in combinazione con l'aria. Questa batteria impiega anodi in carbonio sui quali il litio si combina con l'ossigeno dell'aria in modo reversibile per dar luogo ad accumulo di cariche, ottenendo alta densità energetica, e consente un'autonomia di 800 km, contro quella delle auto elettriche oggi in vendita di circa 120-160 km.

Il sito Ansa con la notizia dell'accordo con la Cina, e il sito IBM con il progetto Battery 500:
http://www.ansa.it/motori/notizie/rubriche/istituzioni/2012/02/16/visualizza_new.html_99706005.html
http://www.almaden.ibm.com/st/smarter_planet/battery/
 

Verdi colline
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2012

La scomparsa di Guido Fanti riporta all'attenzione collettiva la Bologna di 40-50 anni fa e i suoi noti Sindaci. Si rischia di far retorica, sembrano nomi da vecchia guardia. Ma è possibile ricondurre a quella esperienza di governo della città qualche trama di protezione ambientale, qualche regola che ha migliorato l'ambiente urbano?  In un periodo in cui di ambiente si parlava ancora ben poco, e lo sviluppo economico non badava agli impatti ambientali è possibile trovare una traccia valida?
Ebbene sì, è possibile, eccome. In poche righe, gli elementi di una costruzione che nel suo complesso ha caratterizzato lo sviluppo della città negli anni a seguire:  la pedonalizzazione di Piazza Maggiore, la salvaguardia della collina, il Piano regolatore, le aree per l'edilizia popolare in cui non manca niente, dagli uffici di quartiere, alla biblioteca, al grande parco pubblico. 
Bologna si trova a ridosso delle prime colline che delimitano l'Appennino, dalle quali il panorama include tutta la città, la pianura e, nelle giornate più terse, persino le Alpi:  quanto sarebbe stato appetibile, e quanto è appetibile ancora oggi, agli speculatori dell'edilizia il territorio della collina bolognese? 
Invece, la collina di Bologna è una delle pochissime colline urbane italiane (e non solo) rimaste sostanzialmente intatte. In un periodo in cui le pressioni delle organizzazioni ambientaliste erano ancora lontane nel tempo, e in cui la frenesia della ricostruzione post-bellica era ancora presente, gli amministratori della città e i tecnici che li affiancavano decisero di tutelare un territorio che ancora oggi colpisce il visitatore per la quasi ininterrotta fascia di verde che sovrasta la città.
Organizzazione della città e della sua crescita, insieme al senso del sociale e del paesaggio, hanno caratterizzato quegli anni e quelle esperienze di governo, per questo ne resta un segno così forte. E la verde collina di Bologna può essere assunta a simbolo di quella stagione, contro ogni tentativo di alterarla, presente e futuro.
 

L'articolo 18, i precari e il Partito Democratico
post pubblicato in diario, il 7 febbraio 2012

Prendo atto che il gas basterà, ma anche che abbiamo fatto ben poco per efficienza e rinnovabili termiche, e passo a commentare gli ultimi rilievi riguardanti lavoratori e giovani precari, finiti come non mai nelle dichiarazioni del nuovo governo - sostenuto anche dal mio partito.
Vogliamo dirlo chiaramente che la questione posta sull'articolo 18 è un pretesto?
L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori disciplina le conseguenze di un licenziamento ingiustificato sulla base di quanto stabilito nella legge 604/'66, dunque stabilisce che il lavoratore può ricorrere al giudice per regolare tale evento. Il giudice può annullare il licenziamento ingiustificato (a norma della legge 604), ordinare il reintegro, e stabilire un risarcimento. L'art. 18 si applica alle aziende con più di 15 dipendenti, o a datori di lavoro agricolo con più di 5 dipendenti in ciascuna unità produttiva.
Dunque, l'art. 18 non definisce il licenziamento senza giusta causa, come di solito si dice, ma regola le sue conseguenze. Esso è di grande importanza giuridica in quanto è la fonte della tutela reale dei lavoratori. L'art. 18 dà forza giuridica al lavoratore. Se qualcuno ritiene che un articolo di legge di questo tipo sia un freno alla crescita economica italiana, deve anche spiegare perchè, sulla base dei fatti e non di dichiarazioni ideologiche.
A mio avviso, non c'entra nulla. Anzi: penso che questo sia l'ennesimo pretesto per portare avanti scelte economiche di impronta marcatamente neoliberista, ovvero proprio quelle che ci hanno portato alla presente crisi economica. Deregolazione, riduzione del welfare, privatizzazioni, prevalere della finanza, minor intervento dello Stato per aprire al mercato, marginalizzazione del concetto stesso di lavoro: questi sono stati i temi prevalenti negli ultimi vent'anni - capaci di influenzare culturalmente anche l'area progressista. Si tratta precisamente del quadro in cui è nata e si è sviluppata la crisi che ancora stiamo attraversando, una crisi dovuta ad un modello di sviluppo economico che non regge più in quanto procura diseguaglianza sociale, danni ambientali, e stagnazione o recessione economica. Insomma, investe la stessa economia, che finisce per fagocitare sè stessa. Ritenere di uscirne spingendo ancora sulle leve che hanno creato la crisi significa crearne un'altra, più profonda della precedente, nel momento in cui si rilascieranno i paletti posti a salvare momentaneamente i conti.
Il sistema richiede un modello nuovo che coinvolga la società fatta di cittadini, che promuova l'economia verde, ovvero l'unica possibilità di fare crescere l'economia in modo pulito e addirittura in grado di ridurre gli impatti attuali. Un modello in cui l'economia di mercato sia figlia del sociale, e non viceversa (in Germania la chiamano "economia sociale di mercato", e la trovo ancora un'ottima via).
In un sistema del genere, forse troverebbero lavoro i giovani precari, forse si potrebbe migliorare la situazione dei nostri istituti di ricerca, forse si potrebbero trattenere i laureati che oggi vanno all'estero a produrre ricchezza per altri dopo che sono stati formati (spendendo soldi) dalle università italiane. Perchè, è bene ricordarlo, i laureati in materie scientifiche (e non solo) vanno all'estero da anni a lavorare, e il più delle volte vi restano per tutta la vita: è questa la prospettiva per il futuro? Ed è questo il bene dell'Italia?
Spiace rilevare, al contrario, che il Ministro Cancellieri entri anche lei nell'ormai nutrito novero di coloro che da un po' di tempo offendono i precari italiani. La sua affermazione "gli italiani vogliono il posto fisso, magari vicino a mamma e papà"  è inaccettabile (e misuro le parole).  In un Paese dove mancano le prospettive, dove la crisi lascia a casa soprattutto i giovani, dove non si fa carriera se non hai parenti che te la procurino, tale affermazione è semplicemente un'offesa gratuita e incomprensibile.
I giovani devono avere un futuro, esattamente come l'Italia deve avere un futuro, e le due cose sono legate. Per impostare tale futuro, è necessario innanzitutto prendere atto che il sistema neoliberista ha fallito. Questo è compito, a mio avviso, del centrosinistra, del Partito Democratico innanzitutto, per il suo ruolo centrale nella politica italiana, e per la possibilità unica che ha di trovare una via che non guardi al passato, ma al futuro.
 

Pedoni a Bologna (e non solo)
post pubblicato in diario, il 2 febbraio 2012

Le parole della soprintendente ai Beni Architettonici e Paesaggistici Paola Grifoni durante un'audizione in commissione al Comune di Bologna, che si dice “terrorizzata dalle pedonalizzazioni, anche come cittadina sono contraria alla musealizzazione dei centri storici. Tutto è perfetto e bello ma appena chiudono i negozi si desertifica”, offrono un valido spunto per esaminare brevemente un tema importante per le nostre città.
Si tratta in genere di città ad elevato impatto ambientale, per le emissioni inquinanti dei veicoli a motore, per il funzionamento di caldaie obsolete, per la bassa efficienza energetica degli edifici, per la limitata presenza di aree verdi. I dati delle misure di presenza nell'aria di sostanze inquinanti e polveri sottili lo confermano. Le conseguenze riguardano innanzitutto la qualità della vita della cittadinanza e la sua salute, mentre la città nel suo insieme contribuisce alle emissioni climalteranti che modificano la composizione atmosferica mondiale e il clima. Risulta perciò necessario intervenire per modificare la mobilità cittadina, e per migliorare l'efficienza della produzione e del consumo di energia. Questo ragionamento lineare è così chiaro che credo sia difficile contestarlo.
Dunque in questo caso il punto è un altro: l'equiparazione tra l'uso del veicolo privato e la vitalità dei centri storici. L'idea che un ampliamento delle zone pedonali comporti desertificazione, carenza di passaggio, riduzione delle presenze, insomma uno smorzarsi della vita nei centri storici; che equivale all'idea che oggi l'unico modo per vivere la città sia percorrerla in automobile.
A mio avviso, sta accadendo esattamente il contrario:  i centri storici si svuotano progressivamente perchè diventa sempre più invivibile un'area urbana inquinata, dove automobili e autobus passano tutto il giorno e tutta la notte a qualche centimetro dalle pareti di edifici storici annerite dal fumo, dove i pedoni non hanno spazio per camminare tra le auto parcheggiate lungo le strette vie medioevali, dove è impossibile aprire la finestra senza essere investiti da odori di gas di scarico e rumori continui. Soltanto tra le conseguenze dello svuotamento per tali cause si annovera anche la destinazione notturna delle vie allo spaccio di droga.
Siamo un Paese di città con nuclei storici medioevali - quando non formati nell'antichità - inadeguati al traffico veicolare, e con la necessità urgente di ridurre l'inquinamento cittadino. Gli unici passi che si possono fare per cambiare le cose consistono nell'intervenire per una mobilità più leggera e aumentare l'efficienza energetica, migliorando la qualità della vita dei residenti e di tutta la cittadinanza. Non soltanto è necessario, ma non è più rinviabile un percorso di vivibilità che coinvolga l'ambiente urbano e che sia capace di modificare gli stili di vita della cittadinanza ritrovando il piacere di vivere in quelle che si annoverano tra le città più belle del mondo.
 

Sfoglia aprile